L’Orestea di Eschilo, rappresentata ad Atene nel Teatro di Dioniso, è considerata il suo capolavoro
ed è l’unica trilogia greca giunta fino a noi integralmente. Le Coefore, seconda parte dell’opera tra
Agamennone e Le Eumenidi, possono essere riassunte nella frase «I morti uccidono i vivi», pronunciata
per annunciare la morte di Egisto.
Dopo l’assassinio di Agamennone da parte di Clitennestra, Oreste vive in esilio, mentre la sorella Elettra
è trattata come una schiava. Un sogno induce la regina a offrire libagioni alla tomba del marito per
placarne l’ira: da qui il titolo Coefore, «donne che versano le libagioni». Come nell’Agamennone, anche
qui Clitennestra tenta di controllare gli eventi e il volere degli dèi, ma la sua azione conduce alla propria
rovina: Oreste ritorna e uccide la madre, ristabilendo l’ordine infranto. Chi non riconosce il limite
imposto dagli dèi all’azione umana è destinato alla distruzione.
Con questo omicidio termina la maledizione della casa degli Atridi. Nelle Eumenidi, Apollo difende Oreste
dalla furia delle Erinni e, nel giudizio dell’Areopago, egli viene riconosciuto innocente del sangue materno
versato.
Nella rielaborazione del Teatro S’Arza, la vicenda assume un significato simbolico: ciascuno porta dentro
di sé le figure del padre e della madre e, talvolta, il superamento di conflitti irrisolti e l’affermazione della
propria individualità passano attraverso la loro simbolica “uccisione”. È da questo atto di separazione che
può iniziare un processo di guarigione.
Luci e fonica:
Emilio Foddai
Con:
Francesco Petretto, Stefano Petretto, Marina Serra
Regia:
Romano Foddai
Produzione:
Teatro S'Arza
Category:
Edizione 2026